Friday, 19 June 2009
Monday, 20 October 2008
Monday, 15 September 2008
Declaration of wordipendence
My apologies to all who are seeking a pixel showroom: I am afraid they have to content themselves with some old, good words... c'est la règle.
Thursday, 7 August 2008
Seconda risposta all'Anonimo
Ecco ciò che ci scrive l'Anonimo in risposta all'articolo precedente:
Ti ringrazio per la precisazione; evidentemente avevo frainteso. Permettimi tuttavia un´altra piccola osservazione, forse un po´ pedante. Hai giustamente ricordato gli importanti risultati di Gödel in relazione a coerenza e completezza di una "teoria". Mi accingo a chiarire le virgolette. Ammiro molto il teorema di incompletezza e come te, credo, sono molto sensibili alle profonde suggestioni che questo risultato logico-matematico e´ in grado di suscitare. Tuttavia le "teorie" alle quali e´ possibile applicare legittimamente il teorema di incompletezza sono qualcosa di molto tecnico, difficilmente identificabile con un qualunque insieme di proposizioni di una scienza (empirica o meno). Si tratta di sistemi formali, i quali devono soddisfare diverse condizioni di adeguatezza: in primo luogo, devono essere assiomatizzabili; in secondo luogo, devono essere sufficientemente potenti da rappresentare (e la stessa nozione di rappresentazione e´ quantomai tecnica) la propria sintassi, cioè di poter rappresentare tutte le funzioni ricorsive. Non a caso il sistema sul quale la dimostrazione gödeliana e´ condotta e´ un sistema formale in grado di rappresentare l´aritmetica, di fatto assiomatizzata da Peano nel 1899, se la memoria non mi inganna. Ammetto che la mia conoscenza della linguistica e´ pressoche´ nulla, ma immagino che non si tratti di una teoria assiomatizzabile che contenga teoremi ottenuti applicando agli assiomi alcune regole d´inferenza rigorosamente specificate. Parlerei di "incompletezza" di una teoria soltanto per analogia, a meno che non si tratti, ovviamente, dell´aritmetica di Peano o di una sua estensione che ne conservi gli assiomi... Ma forse ho frainteso anche questa volta e il mio commento e´ risultato superfluo e anche un po´ noioso.
Non si tratta di un commento pedante, anzi è del tutto legittimo. Come l'Anonimo ha già intuito, parlavo di "incompletezza" in senso analogico-suggestivo: guardavo più al significato intellettuale del teorema di Gödel, al suo significato, diciamo, extra-matematico. In fondo, io non sono certo un matematico e le mie conoscenze in materia sono veramente scarse, anzi pressoché nulle. Cionondimeno mi piace saccheggiare di quando in quando il campo altrui per ricavarne esempi e suggestioni, appunto.
Per quanto riguarda l'assiomaticità della linguistica posso confermare il pensiero dell'Anonimo: di assiomatico v'è ben poco, e benché ci siano stati tentativi, e tuttora ve ne siano, di elaborare modelli estremamente formali del linguaggio naturale, la distanza che li separa dall'assiomaticità è enorme. Tale caratteristica è dovuta non tanto alla "giovinezza" scientifica della linguistica, quanto piuttosto all'intrinseca natura del linguaggio naturale, soprattutto se se ne considera l'ineliminabile ambiguità e ricchezza semantica, entrambe irriducibili ad una esplicita formulazione o, peggio, quantificazione; credo che tali caratteristiche siano necessarie e sufficienti a mostrare come sia la complessità segnica del linguaggio naturale stesso a rendere impossibile una sua assiomatizzazione. E quand'anche si rinunci al tentativo, non minori difficoltà pone la gestione di più semplici modelli formali non assiomatici. Tra i modelli più altamente formalizzati si possono rinvenire quelli computazionali; e tra questi scelgo un esempio per tutti: la traduzione automatica, forse il primo e più studiato problema da quando si provò ad applicare il calcolatore all'analisi linguistica; infatti, ciò che rende disperante il processare in maniera soddisfacente anche una sola brevissima stringa di linguaggio naturale è l'impossibilità di programmare un calcolatore affinché riconosca ambiguità e sfumature semantiche, le quali non sono certo rilevabili da un'analisi dell'esteriorità dell'enunciato. Eppure è proprio il non detto a convogliarne la maggior parte del significato. Se l'uomo dispone di un sistema cognitivo e di convenzioni sociali adatte alla decodifica del “non detto”, altrettanto non si dà per un calcolatore: l'ambiguità, per essergli riconoscibile, deve venire esplicitata. Esplicitata perché le macchine sono in grado, per definizione, di operare solo su linguaggi non ambigui; ma a questo punto si ridurrebbe l'ambiguità al suo esatto contrario, ad un algoritmo; ed è una cosa, questa, contraddittoria e probabilmente irrealizzabile.
Tornando al centro della discussione e concludendo: Gödel è stato citato probabilmente a sproposito, ma non avevo intenzione alcuna di confondere linguistica e matematica; semplicemente, si trattava di una suggestione che intendeva citare lo studioso più come simbolo di un "atteggiamento", diciamo così, che non di un preciso riferimento alla sua attività specifica di matematico.
Sperando di risentirlo presto, ringrazio l'Anonimo per la precisazione.
Tuesday, 5 August 2008
Risposta all'Anonimo
Riporto il commento relativo al mio articolo “La linguistica e il buco della serratura” del 22 luglio 2008:
L'idea di introdurre nella ricerca scientifica un punto di vista trascendentale è sicuramente apprezzabile. Quello che forse suscita qualche perplessità è il tentativo di scorgere nella linguistica una prospettiva che sia in grado di svolgere il ruolo di un'autentica istanza trascendentale. Non dimentichiamo che la linguistica è, come giustamente hai sottolineato, proprio una disciplina concretamente determinata, nel suo operare zetetico, da una metodologia più o meno canonizzata. In quanto tale, il discorso scientifico della linguistica (ma si potrebbe dire di qualsiasi scienza empirica) presuppone una riflessione di carattere extra-metodologico che trascende inevitabilmente gli orizzonti e i limiti di qualsiasi disciplina particolare. Insomma, è l'annoso problema del rapporto tra condizioni trascendentali di possibilità e condizionato; tra trascendentale ed empirico. Una problematica di questo tipo può trovare un abbozzo di soluzione soltanto attraverso un punto di vista che è già filosofico e non più legato al procedere delle scienze positive. L'alternativa è tra l'enciclopedismo dialettico di ascendenza hegeliana e una fondazione ermeneutica che del resto non sarebbe priva di problemi.
Innanzi tutto ringrazio l'Anonimo per il commento, pratica sempre gradita perché dimostra che si suscita interesse per ciò che si scrive. Mi piacerebbe precisare un punto toccato dall'Anonimo commentatore (quale sarà il suo nome?); ovvero, quando egli (o ella, chissà?) scrive “quello che suscita perplessità è il tentativo di scorgere nella linguistica una prospettiva che sia in grado di svolgere il ruolo di un'autentica istanza trascendentale.” Forse mi ha fatto difetto la chiarezza, ma non è certo mia intenzione attribuire alla linguistica alcunché di trascendentale; anzi, temo che scorgere in una scienza empirica, sia essa la linguistica o qualsiasi altra, un tale ruolo costituisca una scelta irta di rischi e difficoltà, patite a suo tempo da innumerevoli pensatori. Sono consapevole che aver scritto “scrutare l'orizzonte per intero “ o “che credere in un Tutto unitario non costituisca il punto debole di un'indagine scientifica; anzi, il suo esatto contrario. La linguistica, allora, dovrebbe essere uno sguardo sul Tutto attraverso il linguaggio” può far pensare che io sia un sostenitore, per altro smaccatamente partigiano, della linguistica come regina delle scienze e del pensiero. A questo punto avrei dovuto almeno giustificare una tale affermazione offrendo i motivi per cui dovrebbe essere proprio la linguistica a coprire questo ruolo e non, poniamo, la fisica o l'archeologia od altro ancora. In realtà la mia proposta era decisamente più modesta e certo gnoseologicamente meno impegnativa, perché in fin dei conti non proponevo che una metafora, un artifizio retorico. Il “Tutto unitario”, in questo contesto, era inteso come una sorta di immagine evocativa, piuttosto che come ente accessibile al pensiero. In altre parole, mi auguro un cambiamento dell'atteggiamento, questo sì, della linguistica e delle varie scienze empiriche; impostare una dialettica trascendentale sulla base della linguistica mi pare assurdo, impostare una dialettica trascendentale tout court mi pare arduo e decisamente fuori moda, quantunque la moda sia l'ultimo dei miei pensieri; anche credere nell'esistenza di una somma coerenza e completezza di una singola scienza è cosa che da qualche decennio riesce insostenibile, per lo meno a partire dall'insegnamento di Gödel; avere invece un atteggiamento diverso, meno miope, aperto alla ricchezza delle cose del mondo, credo sia altamente auspicabile, tanto più se tale atteggiamento non implica in maniera necessaria il fardello metafisico di cui tutta la tradizione del Novecento ha voluto liberarsi. Forse la mia può apparire una richiesta banale, e non nego che lo sia realmente, eppure la mia quotidiana esperienza mi mostra che l'esercizio di questa banalità è tristemente negletto.
Anonimi saluti.
Tuesday, 22 July 2008
La linguistica e il buco della serratura
La linguistica, come per altro tutte le scienze, può riuscire estremamente esclusiva. Esclusiva perché accessibile, ad un certo livello, solo a pochi; ma esclusiva anche perché (e questo invece un po' a tutti i livelli) limitantesi a sé stessa. Autoreferenziale, essa scova nuovi problemi guardandosi in uno specchio; col passare del tempo si accumulano conoscenze, si raffinano i metodi, eppure ciò che si produce è troppo spesso un mero autoritratto. A forza di guardare nello specchio si è finiti col credere che sia esso il mondo, che ciò che si trova al di là di una cornice-recinto più o meno ampia sia null'altro che il caos extralinguistico di cui la linguistica non dovrebbe curarsi. Perché mai? Canonica risposta: la linguistica deve occuparsi di problemi linguistici, pena la debolezza metodologica, pena la scarsa specializzazione, pena... Come dar contro a simili affermazioni? Indubbiamente sono vere, dopo tutto la linguistica è la linguistica e non un'altra scienza: ad altri l'onere di preoccuparsi della struttura della psiche o della materia. Eppure credo che sfugga una sottigliezza (in realtà non troppo sottile). La linguistica non solo deve mettere in in discussione i propri metodi, deve innanzi tutto mettere in discussione sé stessa, le ragioni e le possibilità stesse della sua esistenza; e questo, mi pare, viene fatto di rado.
Propongo una metafora: la linguistica dovrebbe essere un buco della serratura da cui spiare le cose del mondo, tutte. E così dovrebbe essere per ogni scienza. In fondo, il buco della serratura è uno spiraglio da cui osservare la realtà; è un punto di vista, più semplicemente. Ma è un punto di vista globale: per quanto piccolo e limitato, attraverso di esso occorre scrutare l'orizzonte per intero. Fuor di metafora, sarebbe bello se si riuscisse ausperare il vizio di fondo della scienza contemporanea, ovvero l'idea che sia possibile separare la realtà, dividerla in pezzettini sui quali operare esperimenti e dunque, così facendo, dominarla. Mi si perdoni l'eresia, non sono un fisico ma un linguista e dunque posso forse permettermi di dire certe cose senza troppa colpa, ma per me la realtà non funziona affatto in una tale maniera. Io sono convinto che ci sia un Tutto da comprendere, sia che lo si faccia attraverso il linguaggio, che attraverso la fisica o altro, e che credere in un Tutto unitario non costituisca il punto debole di un'indagine scientifica; anzi, il suo esatto contrario. La linguistica, allora, dovrebbe essere uno sguardo sul Tutto attraverso il linguaggio.
Tuesday, 20 May 2008
Gemination in far south-east Piedmontese
There is a narrow area lying in far south-east Piedmont called Fraschetta, close to the limits of Piedmontese language area, non yet sufficiently studied, if not at all. It presents some really interesting feautures: one of them is consonant gemination. Gallo-italic dialect having gemination in their consonant sistem are considerably rare and, as far as I know, in none of them gemination is distinctive except in that of a small Swiss village, Soglio in Val Bregaglia, Graubünden. The dialect of Fraschetta it's likely to present a phonology where consonant lenght is not distinctive, but I don't dare say anything “official”, as I'm not writing on the results of a research. My studies until now are based on a little oral and written corpus and on my personal knowledge, being the Fraschetta variety my second native language. Gemination, together with other phonological changes, occurs in stress context. For instance (please note that the first vocal in the right coloumn is the clitic pronoun):
fyˈma eˈfømːa
to smoke he smokes
znja uˈzneijːa
to drown he drowns
tuˈka uˈtokːa
to touch he touches
suˈna iˈsoŋːnu
to sound they sounds
I do not have examples where gemination is not predictive; in fact, it occurs only within stressed syllables. However, let's see this couple:
*VOLIA(M)> voja *ILLE VŎCITAT> eˈvojːa
wish, desire pour off ǃ (imperat. 2nd sing.)
The example above is, for now, the only I could find presenting opposition. Two points, however, rise up to attention: first, a single case is a too scarse element to build on it further conclusions; second, [voja] could be a recent lexical borrowing from Italian, since there in Fraschetta other “native” expressions for the same meaning are available, such as [qʷəjːa], although with little semantic difference. That means it could be a casual and recent opposition, not affecting the deep phonological structure. At the moment, I am not sure neither about the borrowing nor about the originality of the word. Considering that also a general rule of gemination is still missing, a research is strongly required.
Tuesday, 29 April 2008
I Sermoni Subalpini: un annuncio
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